qbbq

Quanto basta di cucina & altro

Pizza casalinga di cipolle + la cucina ai tempi della Bersagliera

with 24 comments

 

Italian_Food

Italian Food_Elizabeth David

Suppongo io sia masochista. Nonostante il caldo torrido, io continuo a usare forno e fornelli con abbandono.
Occasionalmente ci scappa qualche piatto freddo, ma in generale non demordo: bollo, griglio, friggo e, soprattutto, inforno. Demenza precoce?
La scorsa settimana mi sono preparato più volte questa pizza casalinga di cipolle, interessante per motivi diversi.

La pasta si ispira a quella per una Pizza alla Casalinga, apparsa per la prima volta nel 1954 nel libro Italian Food, della scrittrice inglese di cucina Elizabeth David. Mrs David trascorse allora molti mesi in Italia a studiare, innamorandosene, la nostra cucina e il risultato fu un libro che poi divenne mitico nei paesi di lingua inglese, impreziosito anche da pittoresche incisioni di Renato Guttuso.
Questa ricetta ha quindi un notevole valore documentaristico: ci permette uno sguardo sulla cucina italiana di quegli ormai lontani anni Cinquanta, ai tempi d’oro della Lollo e di Poveri Ma Belli, anni non remoti eppure gia appartenenti ad un passato mitizzato. E’ anche molto buona, il che non guasta.
Così scriveva Elizabeth David (la mediocre traduzione e’ mia, scusate)

Pizza alla casalinga (1954)
Nelle case private si e’soliti servire una varietà di pizza in un certo qual modo più elegante, fatta con un impasto che e’ quasi da pasticceria {pastry nell’originale inglese} invece che usando il classico impasto da pane, il che e’ certamente più adatto quando sono previste altre portate a seguire.
Fate un impasto con 180 g di farina, 60 g di burro, 1 uovo, 7 g di lievito sciolto in un po’ di acqua tiepida, sale e quanta acqua si richieda per ottenere una pasta mediamente sostenuta. Lasciate lievitare per 2 ore.
Stendete la pasta, dividetela in due dischi e conditeli con i soliti pomodori, acciughe, origano o basilico, e formaggio, in quantità doppia rispetto alle indicazioni date per la Pizza Napoletana.
Cuocete la pizza in teglie da forno unte, in un forno caldo per 25 minuti, aggiungendo il formaggio soltanto durante gli ultimi 5 minuti.

Vi faccio notare il modo inusuale (ma tipico di Mrs David) di non elencare gli ingredienti in una lista iniziale, ma di inglobarli nel testo della ricetta, che viene poi data in modo succinto ed essenziale. Il tono e’ informato, discorsivo ma non immediatamente amichevole. Ad oggi, rappresenta un modello di chiarezza, anche se, ammetto, per moltissimi lettori contemporanei non avvezzi alle pratiche della cucina (ovvero che non sanno cucinare), può forse  risultare eccessivamente vago.

A quest’impasto ho poi dato un tocco contemporaneo, eliminando la manipolazione e facendolo poi lievitare al freddo per molte ore, per potenziarne al massimo il sapore. In generale più a lungo si fa maturare un impasto da pane, piu’ ne guadagna il sapore. E’ un impasto facilissimo e velocissimo da assemplare.

Il condimento deriva invece da vecchie mie sperimentazioni sul tema Onion Tart & Pissaladiere/Pizzalandrea: anziché cuocere le cipolle, su suggerimento di un altro illustre food writer inglese, Colin Spencer (autore tra l’altro di un gran bel libro sulla storia del vegetarianesimo), ho condito la mia base di pasta con una quantità indecorosa di cipolla cruda affettata al velo, generosamente condita con olio: solo per veri amanti della cipolla. Al momento ci sono quelle dolci di Tropea che danno risultati spettacolari.
Se non vi aggrada un condimento così macho potete ovviamente farcire la pizza con quello tradizionale a base di cipolle stufate in olio.

Per due pizze di circa 20 cm di diametro:

Pasta
200 g farina 00
50 g farina di segale o integrale
un cucchiaino di sale fino
1/2 cucchiaino di lievito disidratato istantaneo
70 ml di latte intero freddo da frigorifero (a temperatura ambiente in inverno)
70 ml di acqua fredda da rubinetto (a temperatura ambiente in inverno)
3 cucchiai di olio EVO o 45 g di burro liquefatto.
1 uovo

Mescolate le farine, il sale e il lievito.
Aggiungete il latte all’acqua. Rompeteci l’uovo e mescolate.

Aggiungete il liquido alla farina, mescolando con un cucchiaio. L’impasto risultera’ molliccio: cosi deve essere. Appena la farina e’ stata incorporata, il lavoro e’ finito. Nessun’altra manipolazione e’ richiesta. Coprite con la pellicola e lasciate riposare in frigo per 8-12 ore. Io l’ho sempre preparato la mattina per la sera. Un impasto di questo tipo può stare in frigo per 3-4 giorni.

Tiratelo fuori dal frigorifero e dividetelo subito in due porzioni. Io ne ho usata una e riposto l’altra in frigorifero, per usarla successivamente.
Lavorate la pasta molto brevemente e formate una pallina. Coprite e lasciate riposare per un’ora.
Appiattite la pallina su carta forno infarinata e dategli una certa qual vaga forma di pizza: ovvero fate quello che potete. Fatela riposare per 30 minuti circa, coperta. Io trasbordo la pizza gia’stesa su carta forno su una mini pala per pizza che inserisco poi in un sacchetto di plastica.
Nel frattempo portate il forno al massimo. Se avete una pietra da pizza posizionatela nella parte alta; altrimenti usate una teglia da forno rovesciata: su questa poi cuocerete la vostra pizza, poco ortodosso ma funziona
Preparate il condimento della pizza.

Condimento
2 grosse cipolle
qualche filetto di acciuga sott’olio capperi
origano
Parmigiano grattugiato

Con una mandolina affettate al velo le cipolle. Conditele con sale, pepe, una puntina di zucchero, una spolverata di origano e un paio di cucchiai d’olio. Versate questa montagna di cipolle sulla pizza.
Qua e la aggiungete delle acciughe spezzettate e qualche cappero, infossandoli bene tra le cipolle, in modo che non brucino.
Un giro di olio e la pizza può andare in forno. Controllate dopo 15 minuti, dovrebbe essere pronta.
Sfornate, grattugiateci del parmigiano, aspettate un paio di minuti e… buon appetito.

Osservazioni
Questo impasto “a manipolazione zero” appartiene alla categoria dei “no-knead bread” che hanno conquistato il mondo della panificazione in questi ultimi anni. Se v’interessa la materria, gli impasti “no-knead” sono un’area interessante da esplorare. Qui la ricetta che ha scatenato il putiferio alcuni anni fa.
La presenza dell’uovo, del latte e dell’olio/burro rende la base morbida internamente, ma con una buona crosta. Questa pizza puo’ tra l’altro essere riscaldata, coperta con dell’alluminio.

Ho messo l’impasto in frigorifero perché fa veramente troppo caldo per lasciarlo fuori, dove fermenterebbe nel giro di poche ore. La ievitazione in frigorifero, molto piu’ lenta,  ci consente di decidere noi quando volere procedere alla fase finale della cottura. In inverno invece e’ possibile, diminuendo di poco il lievito magari, fare lievitare l’impasto a temperatura ambiente.

Variante
Pizza bianca mozzarella, rucola e pecorino
Infornate la pizza senza alcun condimento, se non un giro d’olio. Copritela con mozzarella verso la fine della cottura. Sfornate, spolverate con pecorino e guarnite con abbondante rucola. Potreste naturalmente anche aggiungere delle acciughe, sotto la mozzarella. Ma io le acciughe, come i limoni, le metterei dovunque, confesso. Quindi non faccio testo.

Ps non ci sono foto a causa del mio sbrano impaziente e totale della suddetta pizza e poi.. le foto, l’annosa questione “food + foto si’/foto no”…sulle foto ci tornerò: spesso ingannano e non servono.

Written by stefano arturi

20/07/2010 at 22:33

24 Responses

Subscribe to comments with RSS.

  1. […] ritrovato una crema di ricotta simile in uno dei libri che mi hanno portato a fare questo lavoro: Italian Food di Elizabeth David. Questa la ricetta, liberamente […]

  2. […] “cose” che Renato Guttuso fece per questo libro, piu’di cinquanta anni fa (anche qui). Da ieri sto risfogliando per la ennesima volta questo  librino: con illustrazioni di Toulouse  […]

  3. ciao silvia. si’, dai, torna! ciao alla prox.s

    stefano arturi

    30/07/2010 at 22:33

  4. ohhh. ho dato un’occhiata veloce, alla ricetta in home. mi è piaciuto il modo. poi ho gato un’occhiata ai messaggi e, vedere la risposta a ogni singolo intervento mi ha fatta sentire bene! grazie. per la precisione e per la passione che si intuisce.
    silvia

    mogliedaunavita

    29/07/2010 at 22:33

    • ciao e grazie. quando dopo anni di pensamenti ho deciso di aprire un blog, mi sono detto: “se lo fai, devi farlo bene, cercare quanto meno”. avere un blog non significa vomitare in rete qualunque cosa, senza mettersi anche e veramente in una dimensione di ascolto. i blog sono belli, possono esserlo, se si instaura un dialogo vero, ancorche’ strano ammetto. come ho scritto in quella pagina “perche’ qb” (cliccabile da home), anche se facccio a volte fatica a ricordarlo, non ho buttato via 40 e passa anni della mia vita per non essere arrivato alla conclusione che “io da solo”, posso anche essere il piu’ fico e smart del mondo, ma sempre un misero “io solo” rimango. io + te e gia’ si aprono dimensioni potenzialmente molto piu’ ricche/ da qui il mio cercare di rispondere ai commenti e di “parlare” con chi sta la fuori, nella rete, nel mondo. ciao, alla prox. stefano

      stefano arturi

      29/07/2010 at 22:33

      • vero. ragionato. già stata in giro a leggere e a saperne di più. alla prox davvero. silvia

        mogliedaunavita

        29/07/2010 at 22:33

  5. ps: chiedo scusa per l’ortografia.. sono proprio una gallina padovana doc…

    c.

    clelia

    25/07/2010 at 22:33

    • si’ avevo capito quel “cosa foresta”: cucina degli altri, estranea.
      mi sembra che tu abbia avuto gran bella scuola. grazie per le indicazioni 3 B d’oro (ho controllato sulla Hoepli e non me lo indica).
      … Padova, una delle ultime citta’ di cui mi sono innamorato🙂
      ciao, stefano

      stefano arturi

      25/07/2010 at 22:33

  6. ..non ‘cosa loro’.. ma ‘foresta’ cioè cosa estranea.
    Sono stata una previlegiata in casa.. ho conosciuto un pò di cucina milanese, piemontese, veneta e marchigiana..cucina ‘impeganta’ con la nonna che conosceva ad occhi chiusi l’Artusi,.. il tutto impararata ‘sul campo’ da mia madre con l’appoggio di papà. La pizza l’ho conosciuta nelle marche..a Padova non esisteva quella al trancio quando sono venuta..Poi ho conosciuto una cucina tradizionale, ma molto molto tradizionale , con mia suocera. Per la precisione veronese..
    L’encicpeia delle 3 B d’oro della mia mamma è delle ed. Labor Milano e l’ha ricevuta in dono per il suo matrimonio nel 1952..
    Clelia

    clelia

    25/07/2010 at 22:33

  7. ciao clelia
    di questo libro 3 B D’ORO sono curioso: mi dici per favore la casa editrice, vorrei cercare di capire di cosa si tratti.
    Mi fa anche sorridere quella annotazione che nel veneto anni 60-70, “pizza” era “cosa loro”. la nostra cucina e’ sempre stata molto campanilistica e mi chiedo oggi cosa si mangi veramente (magari al di fuori delle grandi citta’, dove rimescolamenti e imbastardimenti possono forse piu’ facilmente capitare), cioe’ se, ancora oggi moltissimi italiani siano ancora (fortunatamente, oserei dire) profondamente radicati nel loro territorio. Mia mamma, lombarda, fa ad occhi chiusi il risotto alla milanese, per fare la parmigiana (ma sono anni che non la fa) ci deve pensare due/tre volte… il sartu’ o la caponata proprio non ha una pallida idea.
    questo attaccamento alle nostre tradizioni ci ha salvato in parte (dal punto di vista gastronomico): ha permesso che un intero patrimonioi di secoli venisse perpetuato. si paga ovviamente anche uno scotto, un prezzo: gli italiani sono, anche a tavola (come gli spagnoli e i francesi) molto restii ai cambiamenti, alle novita’, a sperimentare, a buttarsi in territori nuovi. Non a caso spesso leggo su blog and Co annose e ridicole questioni circa “LA Ricetta, quella Originale” di un certo piatto: come se questa cosa, questa entita’ talebana potesse esistere, come se la cucina non fosse cosa liquida, sfuggente, viva.
    ciao e grazie ancora. s

    stefano arturi

    25/07/2010 at 22:33

  8. A casa mia la cucina aveva come riferimenti L’Artusi, il manualetto Liebig ( il tutto primi anni del ‘900)ed un librino dello stesso periodo di cucina milanese Poi, col matrimonio di mia madre, è arrivato un libro che adoro,con la copertina in stoffa a quadretti piccini bianchi e rossi che per me è una BIBBIA nel vero senso del termine: 3 B D’ORO si chiama. Credo che nessuno lo conosca.. ma è amore, ve l’assicuro, è guida, è consiglio,.. poi altri libri, altre storie.
    Ho trovato una cosa interessante sfogliando i ricettari Bertolini che girano per casa.. in uno del 1983 ci sono delle pizzette che hanno l’uovo nella pasta.. Per la pizza a casa mia o si faceva la pasta con il lievito per torte salate (non esisteva il lievito di birra nell’uso comune).. o con la pasta da pane. E qui mi fermo perchè a pasta da pane la si comprava dal panettiere prenotandola. Mia mamma invece preparava la pizza utilizzando la ricetta della pasta del ricettario Bertolini per salati. La Pizza in veneto negli anni 60-70 era qualcosa ‘foresto’..
    Clelia

    clelia

    23/07/2010 at 22:33

  9. allora aspetto check. io sono anni che vagheggio questo progetto di fare ricerca su cosa si mangiasse veramente in italia fra le due guerre o immediatamente dopo.
    ma fino a non molto tempo, qui a milano, la biblioteca della Accademia della Cucina non era agibile e in Sormani non è che si trovasse molto.
    devo dire che da quel punto di visto io sono stato straviziato dalla British library: accessibilità facile anche a testi rari.
    (per non parlare di quanto sarebbe interessante un progetto di Oral History: da raggazzetto avevo partecipato (durante laurea a londra) ad un progetto veramente bello: ci davano vecchie cassette appartenenti all’archivio del Museum of London da leggere, sbobinare e commentare (con poi integrazioni libresche)… veramnente interessante e utile: ascoltare la voce di persone magari morte da decenni e che raccontavano di una londra di 40 o 50 anni prima.
    Io nonho mai trovato dei tallismani vecchi (da comprare, a prezzi accessibili) ed è, again, un peccato che non siano disponibili ristampe anastatiche. o sono disponibili, che ne sappiate?
    stefano

    stefano arturi

    23/07/2010 at 22:33

  10. aggiungo: è il periodo in cui nella pasta senza uova – per es. i tagliarini e fagioli – si inizia a mettere un uovo, sempre per il motivo di cui sopra: fa ricchezza. il burro invece nella campagna a me nota manco a parlarne, poichè siamo in zona uliveti.

    artemisia

    23/07/2010 at 22:33

  11. io di talismani ne ho tre, due ante guerra :)) però bisogna aspettare che vada in campagna.

    artemisia

    23/07/2010 at 22:33

  12. …. tra altro pensa che nella povera e sconfitta Italia si iniziava a stare meglio (grazie anche al Piano Marshall), la vittoriosa Albione, ridotta sul lastrico dallo sforzo bellico, rimase col razionamento fino al 1954).. esistono gustosi resoconti di Elizabeth David di come fosse deprimente cucinare in quella triste e povera Inghilterra dei primi anni 50.
    Per quanto riguarda l’uovo nella pizza, sarebbe interessante consultare un Talismano pre guerra per vedere cosa diceva ad esempio la Boni. ciao/s

    stefano arturi

    22/07/2010 at 22:33

  13. dipende, dipende…quando trovo una ricetta con gli ingredienti indicati all’inizio, li salto perchè mi annoia. li voglio in sequenza, quando so dove vanno e che fanno. altrimenti li trovo, appunto, noiosi.

    quanto all’uovo nella pizza, è veramente anni ’50, cioè dopoguerra. le risorse tornavano in tavola come prima della guerra, anzi, per molti contadini come non mai. mi viene in mente Elda che mi dice “io nella pizza ci metto un uovo” con gli occhi che le brillano: fa ricchezza.

    artemisia

    22/07/2010 at 22:33

  14. La cucina è autodisciplina, divertimento, amore, precisione, genio e sregolatezza, semplicità, matematica ed ora anche moda..potrei continuare ancora..
    Per me molto importante è la controparte..con qualcuno cucino ‘senza parole’ perchè c’è un’intesa profonda e non serve che dica cosa aggiungere o fare..con altri devo spiegare persino come sbattere le uova, con altri.. basta la ricetta letta e discussa e poi via.. Quando leggo un libro, lo devo sentire..mi deve incuriosire..altrimenti dopo 2 pagine è chiuso e resterà tale..In cucina e le ricette..idem. Una cosa però è importante.. ed è il dare il giusto tempo alle cose, in lettura, in preparazione, in cottura .. dare il tempo anche nella lettura del testo di una ricetta. Si dovrebbe sentire il profumo del piatto nella mente..quello che si chiama FANTASIA.

    Torta di carote…perchè ti preoccupi della mancanza di uova nella torta di carote?? Anch’io ne faccio una che si tramanda dalla nonna .. ed è senza uova..
    Un pò come fare una frolla col nl’olio.. è una ottima base che erroneamente si chiama frolla ma che permette a persone allegiche o con problemi di gustare con tranquillità un dolce o un salato..

    Guardati RICETTE D’AMORE con Castellitto…vale la pena..

    Ultima cosa..dove ti posso contattare via mail?

    clelia

    21/07/2010 at 22:33

    • ciao clelia
      innanzitutto: ci mandi la torta che si tramanda dalla nonna, per favore? della mancanza delle uova: forse mi e’ rimasto il cruccio, perche’ e’ uno dei primi errori che vidi appena ritirato il libro dall’editore e mi serve come monito di quanto sia difficile (ma importante) consegnare al lettore un prodotto piu’ accurato possibile. grazie dell’indicazione del film: vedo se riesco a convincermi a vederlo: nel senso che ho quasi smesso di vedere film in questi ultimi anni.
      cmq sullo scrivere ricette: e’ un grande esercizio; bisogna bilanciare, cercare di spiegare ma non essere noiosi e pedanti ecc… m
      email: brava che l’hai chiesto. nel senso che mi sembrava che avessi forntio il blod di alcuni contatti e invece mi sa di no, io capra di peter!
      stefanoarturi@hotmail.com
      ciao, a dopo

      stefano arturi

      22/07/2010 at 22:33

  15. Altro che condimento macho, io questa pizza me la mangerei a colazione (con acciughe e capperi, grazie).
    Riguardo alle misure, temo di essere una schiava della bilancia di precisione e del cucchiaio (ma 1/16 di cucchiaino mi rifiuterei di usarlo), ma solo – come osservi tu – quando cucino dolci (che è la maggior parte del tempo, mi viene da pensare). Per il resto, a meno che non stia provando una ricetta mai vista e parecchio ‘esotica’, mi affido un po’ al buon senso e, forse, alla memoria genetica.
    (Quanto alla torta di carote di PP, ti assicuro che anche senza è ottima – e ha passato il durissimo esame della suocera. Ho detto tutto).

    Duck

    21/07/2010 at 22:33

    • una mia cara amica fa colaziione con cacciatorino e coca. io per me posso e voglio mangiare solamene caffelate, pane e marmellata (se poi si trovassero dei veri croisants, allora discorso sarebbe diverso).
      della torta sine uova mi hai detto e sono contento che nn sia ciofeca ma rimane il fatto che le uova erano previste e che nella gestazione e parto del libro si sono perse di strada (e quello non mi piace).
      dai dolci adesso e’ tempo d passare al pane, ripeto e sprono! ciaus
      s

      stefano arturi

      22/07/2010 at 22:33

  16. E’ la pizza che mangiavo da ragazzina. L’uovo o il burro però non l’ho mai visti aggiungere nell’impasto per la pizza da mia mamma. Il latte .. ne metteva poco.. il minimo indispensabile.. che dire.. me l’hanno fatta anche la scorsa domenica però senza acciughe che non posso mangiare e i capperi. Qui si usano le cipolle bianche di Chioggia…una favola al forno già da sole..con le Tropea c’è un sapore più intenso.
    Le foto non servono..’gli odori di cucina’ si sentono comunque…
    Le ricette dovrebbero essere scritte come uno le sente.. c’è chi è schatico, chi discorsivo.. chi segna solo gli ingredienti, chi sintetizza al massimo.. A me piace scrivere le ricette senza elenco.. ma sono quelle del cuore.. le altre .. max precisione però senza bilancia di cui odio la dipendenza maniacale da chimico…!!
    Strano ma vero.. ho trovato chi ha gusti simili ai miei…
    Chapeau a vous monsieur

    Clelia

    clelia

    20/07/2010 at 22:33

    • concordo sulla precisione. Anche se sono combattutto: spesso (ed era questo quello che volevo maggiormente comunicare col mio Pausa Pranzo) vorrei dire: buttatevi, divertitevi, una manciata in piu’ o in meno generalmente non fa la differenza in nessuna ricetta (a parte la pasticceria), non lasciatevi intimidire dai pesi e direttive et istruzioni; allo stesso tempo mi rendo conto che forse il mio e’ un atteggiamento “di comodo” (sapessi come e’ lungo e faticoso arrivare a ricette che, dal mio punto di vista, si potessero considerare precise e affidabili, pronte ad andare in stampa… e nonostante questo mio sforzo e impegno nei miei libri ci sono errori, sia “refusi” sia dimenticanze vere e proprie: in Pausa Pranzo esiste una torta di carote… senza uova! diciamo che dai miei appunti al libro le uova si sono perse per strada!, purtoppo): nel senso che le misure e le quantita’ e le dimensioni delle teglie/stampi rassicurano il lettore e gli sono necessarie per imparare bene, per sentirsi sicuro. Ho imparato che dal mio punto di vista, ovvero dal punto di vista di uno che sa cucinare, e’ troppo facile + comodo dire “dai, non preouccuparti, e’ facile, piu’o meno zucchero, piu’o meno xyz,,, non fa differenza..”: perche’ a monte esistono innumerevoli miei tentativi di quella particolare ricetta (ovvero io viaggio spesso in pilota automatico), mentre per uno che non ha mai affrontato un certo piatto, questa vaghezza instilla terrore puro. anche se, generalmente, i miei ” una manciata di questo e quello” hanno a monte i miei esperimenti in cui PESAVO una manciata, poi due, poi valutavo se aggiungendo quel peso (che poi sulla carta spaccio per manciata) potesse fare differenza sostanziale sul prodotto finale. Ovvero quella che sulla carta vuole essere “leggerezza” (easy lettore, buttati, diveriti, lo sai fare, non e’ difficile) aveva a monte molti e molti tentatvi del sottoscritto, che annotava scupolosamente tutto ecc ecc… straparlo?

      Io a volte, per rimetttermi in riga e disciplinarmi, ad esempio, torno a cucinare con cucchiai (tablespoon) & bilancia: pesto tutto, anche se so esattamente cosa sta facendo. lo trovo, per me, un buon esercizio di autodisciplina: ad esempio ho imparato che posso cucinare con meno grassi, che l’occhio spesso inganna ecc…
      cerco di non cadere pero’ negli eccessi maniacali degli americani: ho visto ricette in cui si parla di un sedicesimmo di teaspoon!

      le ricette io le scriverei sempre in modo discorsivo, con gli ingredienti che appaiono man mano che “li uso” ma mi rendo conto che avere gli ingredienti a lista, prima della ricetta e’molto piu’ comodo per il lettore.
      ti assicuro, cara clelia, che scrivere ricette chiare e’ molto difficile (non che io ci riesca, anzi): soprattutto e’ difficile stabilire cosa dare per scontato. cosa conosce gia’ il lettore? Dove guidarlo? Dove invece andare piu’ spediti?
      fare libri pero’ e’ anche interessante da quel punto di vista (e infatti anche il lavoro di editing e’ una parte molto bella, se fatta con qucuno che se ne intende): dare una personalita’ al libro, mettere a fuoco il suo tono ecc (qualita’ che, onestamente, mancano alla maggior parte dei libri di cucina italiani). ciao/stefano

      stefano arturi

      21/07/2010 at 22:33

  17. PAssavo di qua per caso… e mi piace il mondo che hai ricreato su questo blog… complimenti…

    nene

    20/07/2010 at 22:33

    • ciao e grazie. Ho fatto un giro sul tuo blog e le crostatine di riso sembrano strabuone, a dire poco. Ma mi hai anche fatto venire voglia di ritirare fuori la quinoa. ciao. stefano

      stefano arturi

      20/07/2010 at 22:33


Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s

%d bloggers like this: